Risposta breve
Poeti umani, secondo il racconto degli inni stessi. I poeti del Rig Veda dicono di aver ‘foggiato’ i loro inni, come un artigiano fa un carro. Chiamano i loro inni ‘nuovi’, danno il proprio nome e parlano di veggenti ‘antichi e recenti’. Un poeta dice che un re lo pagò in vacche e carri. Scuole successive hanno detto il Veda senza autore, ma non concordano su da dove venga. Nemmeno quali libri contino è stabilito. Gli indù pongono il Veda più in alto, eppure differiscono su quali Upanishad (i testi filosofici alla fine del Veda) gli appartengano. Le epopee e i Purana sono chiamati il ‘Quinto Veda’. Il Corano parla di sé in modo opposto. Si presenta come parola di Dio dall'inizio alla fine. Dice al Profeta (ﷺ) che cosa dire e lo avverte di non inventare mai una parola. È un solo libro, lo stesso per ogni musulmano.
Spiegazione completa
L'insegnamento indù: il Veda non è fatto da mano umana
I maestri indù rispondono che il Veda è apaurusheya (non fatto da nessuna persona). I rishi, i veggenti, non composero gli inni; li videro. Il Nirukta, un antico glossario di parole vediche, dice che un veggente è così chiamato ‘per il suo avere visione’. Aggiunge che Brahma, il nato da sé, si manifestò ai veggenti. Shankara, un maestro del Vedanta (la scuola costruita sulle Upanishad) dell'VIII secolo circa, ritiene eterno il Veda. Cita l'inno in cui la Parola fu trovata dimorante nei rishi. La Brihadaranyaka Upanishad dice che il Rig Veda e gli altri furono ‘esalati’ dal grande Essere. L'inno dell'Uomo cosmico dice che gli inni e i canti nacquero dal primo sacrificio. Il libro di legge di Manu parla di due fonti, il Veda rivelato (shruti, ciò che fu udito) e i libri di legge (smriti, ciò che fu ricordato). Dice che queste due ‘non devono essere messe in discussione in nessuna materia’. Secondo questa posizione, nominare un rishi è come nominare un profeta: ricevette le parole; non le fece.
“Un veggente è (così chiamato) per il suo avere visione. ‘Egli vide gli inni’, dice Aupamanyava. È noto: poiché Brahma, il nato da sé, si manifestò a loro mentre praticavano austerità, essi divennero veggenti; questa è la caratteristica dei veggenti.”
“Poiché l'eternità del Veda si fonda soltanto sull'assenza del ricordo di un autore, era stato sollevato un dubbio su di essa a causa della dottrina secondo cui gli dèi e altri individui sono sorti da esso. Quel dubbio è stato confutato nel Sutra precedente. Il presente Sutra conferma ora l'eternità del Veda, già stabilita. L'eternità della parola del Veda va ammessa proprio per questa ragione, che il mondo con le sue specie definite (eterne), come gli dèi e così via, ha origine da essa. Anche un mantra (‘Per mezzo del sacrificio seguirono la traccia della parola; la trovarono dimorante nei rishi’, Rig-veda Samh. X, 71, 3) mostra che la parola trovata (dai rishi) era permanente.”
“Come nuvole di fumo escono da sé da un fuoco acceso con legna umida, così in verità, o Maitreyi, è stato esalato da questo grande Essere ciò che abbiamo come Rig-veda, Yajur-veda, Sama-veda, Atharvangirasa, Itihasa (leggende), Purana (cosmogonie), Vidya (conoscenza), le Upanishad, gli Shloka (versi), i Sutra (regole in prosa), gli Anuvyakhyana (glosse), i Vyakhyana (commenti). Da lui soltanto tutti questi furono esalati.”
“Da quel grande sacrificio generale nacquero le Richa e gli inni Sama: da esso furono prodotti incantesimi e sortilegi; lo Yajus ebbe da esso la sua nascita.”
“Ma per Shruti (rivelazione) si intende il Veda, e per Smriti (tradizione) le Istituzioni della legge sacra: queste due non devono essere messe in discussione in nessuna materia, poiché da queste due la legge sacra rifulse.”
Muir nota che gli inni del Rig Veda e degli altri Veda sono tutti registrati nelle Anukramani, gli indici tradizionali, come pronunciati da particolari rishi, definiti lì come ‘coloro le cui parole erano gli inni’ (yasya vakyam sa rishih). La risposta ortodossa, scrive, è ‘la nota affermazione degli autori indiani ortodossi secondo cui i rishi non composero, ma soltanto videro e poi ripeterono gli inni’, che esistevano dall'eternità. Cita il commento di Madhava alla Taittiriya Sanhita per l'affermazione che ‘nessun autore umano del Veda è mai stato percepito’.
Gli inni dicono di essere stati fatti
Gli inni stessi raccontano una storia diversa. I loro poeti dicono, più e più volte, di averli fatti. ‘Nodhas, figlio di Gotama, ha foggiato questa nuova preghiera’, si chiude un inno. Un altro poeta dice: ‘Con le mie labbra ho foggiato per questo Eroe parole mai eguagliate’. Un cantore dice di aver fatto il suo inno come ‘un abile artigiano costruisce un carro’. Un altro inno dice che gli uomini ‘hanno formato per te questo canto’, come un artigiano foggia un carro. Il verbo sanscrito di vari di questi versi (taksh-) è la parola del carpentiere per lavorare il legno. Gli inni si dicono nuovi: ‘Per te è foggiato un nuovo inno, Signore dei Baii’; ‘Ho generato questo nuovo inno per Agni’. Lo storico della letteratura sanscrita A. A. Macdonell ammette che si dice in generale che gli dèi danno ai veggenti il dono del canto. Ma conclude che ‘della successiva dottrina della rivelazione i poeti del Rig Veda non sanno nulla’. E un poeta che è ispirato e poi foggia le sue parole ne è comunque l'autore.
“O potente Indra, Nodhas, figlio di Gotama, ha foggiato questa nuova preghiera a te, Eterno, guida sicura, aggiogatore dei destrieri fulvi. Possa egli, arricchito dalla preghiera, venire presto e di buon'ora.”
“Con le mie labbra ho foggiato per questo Eroe parole mai eguagliate, abbondantissime e propizie, per lui l'Antico, Grande, Forte, Energico, il potentissimo Portatore del Fulmine.”
“Come un abile artigiano costruisce un carro, io, cantore, ho foggiato per te, o Potente, questo inno. Se tu, o Agni, Dio, lo accetti con gioia, possiamo ottenere per esso le Acque celesti.”
“Desiderosi di ricchezze, gli uomini hanno formato per te questo canto, come un abile artigiano foggia un carro, così ti hanno lavorato per la loro beatitudine; adornandoti, o Cantore, come un generoso destriero per imprese potenti, sì, come un destriero che mostra la sua forza e vince il premio, perché porti via ogni premio.”
“Ora, o Indra, lodato, glorificato con le lodi, fa' che la ricchezza si gonfi come i fiumi per il cantore. Per te è foggiato un nuovo inno, Signore dei Baii. Possiamo noi, sul carro, con il canto essere sempre vincitori.”
“Ho generato questo nuovo inno per Agni, Falco del cielo: non ci darà egli della sua ricchezza?”
Scrive che gli inni variano molto per merito, come c'è da aspettarsi nelle produzioni di molti poeti nell'arco di alcuni secoli; che il poeta paragona di solito la sua opera a un carro lavorato e montato da un abile artigiano; che un rishi paragona le sue preghiere a vesti ben tessute e un altro adorna il suo canto come una sposa; e che, benché si dica in generale che vari dèi hanno concesso ai veggenti il dono del canto, ‘della successiva dottrina della rivelazione i poeti del Rig Veda non sanno nulla’.
Veggenti antichi, veggenti nuovi e un re che pagò
Gli inni sanno anche che il fare inni aveva una storia. Il secondo versetto dell'intero Rig Veda loda Agni ‘dai veggenti viventi come dagli antichi’. Griffith nota che questo ‘indica l'esistenza di inni precedenti’. Sayana, un commentatore del XIV secolo, spiegò i veggenti viventi come ‘noi di oggi’. Un altro inno parla di ‘tutti i rishi, o Indra, antichi e recenti, che hanno generato inni’. Un poeta si rivolge a sé stesso per nome, ‘Kashyapa, rishi’, e parla delle lodi dei ‘compositori di inni’, in sanscrito facitori di mantra. La cosa più concreta di tutte: un poeta, in un inno sulle guerre del re Sudas, gira attorno all'altare ‘guadagnando la ricompensa di Paijavana’. La nomina: ‘duecento vacche dal discendente di Devavan, due carri da Sudas con le giumente per trainarli’. Griffith segna qui l'inizio della lode della liberalità del principe. Alcuni ritengono che tali versi sui doni siano stati aggiunti dopo. Anche così, mani umane li hanno posti nel testo che viene recitato come shruti. J. Muir, uno studioso scozzese di sanscrito dell'Ottocento che raccolse decine di tali passi, trasse la conclusione. Jaimini, fondatore della scuola Mimamsa, aveva affermato che nel Veda sono nominate soltanto cose eterne. La menzione negli inni di veggenti più antichi e più recenti, scrisse Muir, ‘confuta, con la testimonianza del Veda stesso, l'affermazione di Jaimini’.
“Degno è Agni di essere lodato dai veggenti viventi come dagli antichi: egli condurrà qui gli dèi.”
“Tra tutti i rishi, o Indra, antichi e recenti, che hanno generato inni come cantori sacri, anche con noi siano le tue propizie amicizie. Voi dèi, preservateci sempre con benedizioni.”
“Kashyapa, rishi, alzando la voce con le lodi dei compositori di inni, rendi omaggio al re Soma, nato sovrano delle piante. Scorri, Indu, scorri per amore di Indra.”
“Come un sacerdote, con la lode, giro attorno all'altare, guadagnando la ricompensa di Paijavana, o Agni: duecento vacche dal discendente di Devavan, due carri da Sudas con le giumente per trainarli.”
“I passi seguenti del Rig-veda distinguono espressamente tra rishi contemporanei e rishi di data più antica, o almeno fanno riferimento all'una o all'altra classe. Questo riconoscimento di una successione di rishi costituisce uno degli elementi storici del Veda. È un riconoscimento da parte dei rishi stessi che numerose persone erano esistite, e che eventi erano accaduti, prima della loro età e, di conseguenza, nel tempo; e perciò confuta, con la testimonianza del Veda stesso, l'affermazione di Jaimini (sopra, pp. 77 ss.) secondo cui in quel libro sono menzionati soltanto oggetti eternamente preesistenti.”
Le scuole non concordano su da dove venga il Veda
‘Senza autore’ è l'insegnamento di scuole particolari, e non concordano tra loro. Muir espone i loro motivi. La Purva Mimamsa dice che le parole del Veda sono eterne, quindi il Veda non ha alcun autore. Sayana lo chiama eterno soltanto in senso limitato, essendo sorto da Brahma all'inizio della creazione. Il Vedanta lo chiama eterno eppure nomina il Brahman come sua fonte. I Nyaya Sutra fondano la sua autorità sul suo provenire da persone competenti. La scuola Vaisheshika e la Kusumanjali di Udayana dicono che il suo autore è Dio. Questi argomenti, scrive Muir, ‘sono a volte in diretta opposizione tra loro’. Shankara ammette che l'eternità del Veda si era fondata ‘soltanto sull'assenza del ricordo di un autore’. Aggiunge che il mondo stesso nasce dalle sue parole. Ma gli inni ricordano i loro facitori: Nodhas, Kashyapa e il poeta che Sudas pagò. Gli indici stessi della tradizione, le Anukramani, definiscono un rishi come colui ‘le cui parole erano gli inni’. In questi inni l'‘io’ del poeta è il suo; nulla in essi lo presenta come il resoconto delle parole di un dio.
Muir riassume i motivi su cui le scuole indiane fondavano l'autorità del Veda. Si dice che il Veda risplenda di luce propria; si dice che non abbia avuto un autore umano, poiché non se ne ricorda nessuno (Madhava); la Purva Mimamsa aggiunge che le sue parole sono eterne, e quindi il Veda è eterno. Sayana e il commentatore della Taittiriya Sanhita lo chiamano eterno soltanto in senso limitato, essendo sorto da Brahma all'inizio della creazione. Il Vedanta parla della sua eternità eppure nomina il Brahman come sua fonte. I Nyaya Sutra fondano la sua autorità sul suo provenire da persone competenti, e la scuola Vaisheshika e la Kusumanjali di Udayana derivano la sua infallibilità dall'onniscienza del suo autore, che è Dio; i Sankhya Sutra negano che provenga dallo sforzo cosciente di un essere divino. Questi argomenti, scrive Muir, ‘sono a volte in diretta opposizione tra loro nei loro principi fondamentali’.
“Poiché l'eternità del Veda si fonda soltanto sull'assenza del ricordo di un autore, era stato sollevato un dubbio su di essa a causa della dottrina secondo cui gli dèi e altri individui sono sorti da esso. Quel dubbio è stato confutato nel Sutra precedente. Il presente Sutra conferma ora l'eternità del Veda, già stabilita. L'eternità della parola del Veda va ammessa proprio per questa ragione, che il mondo con le sue specie definite (eterne), come gli dèi e così via, ha origine da essa. Anche un mantra (‘Per mezzo del sacrificio seguirono la traccia della parola; la trovarono dimorante nei rishi’, Rig-veda Samh. X, 71, 3) mostra che la parola trovata (dai rishi) era permanente.”
Muir nota che gli inni del Rig Veda e degli altri Veda sono tutti registrati nelle Anukramani, gli indici tradizionali, come pronunciati da particolari rishi, definiti lì come ‘coloro le cui parole erano gli inni’ (yasya vakyam sa rishih). La risposta ortodossa, scrive, è ‘la nota affermazione degli autori indiani ortodossi secondo cui i rishi non composero, ma soltanto videro e poi ripeterono gli inni’, che esistevano dall'eternità. Cita il commento di Madhava alla Taittiriya Sanhita per l'affermazione che ‘nessun autore umano del Veda è mai stato percepito’.
“O potente Indra, Nodhas, figlio di Gotama, ha foggiato questa nuova preghiera a te, Eterno, guida sicura, aggiogatore dei destrieri fulvi. Possa egli, arricchito dalla preghiera, venire presto e di buon'ora.”
“Kashyapa, rishi, alzando la voce con le lodi dei compositori di inni, rendi omaggio al re Soma, nato sovrano delle piante. Scorri, Indu, scorri per amore di Indra.”
“Come un sacerdote, con la lode, giro attorno all'altare, guadagnando la ricompensa di Paijavana, o Agni: duecento vacche dal discendente di Devavan, due carri da Sudas con le giumente per trainarli.”
| Chi | Che cosa dicono |
|---|---|
| I poeti stessi degli inni | Dicono di aver foggiato i loro inni, come un artigiano fa un carro |
| Purva Mimamsa | Le sue parole sono eterne, quindi non ha autore |
| Sayana | Eterno solo in senso limitato, da Brahma alla creazione |
| Vedanta | Eterno, ma con Brahman come sua fonte |
| Nyaya Sutra | La sua autorità poggia sul venire da persone competenti |
| Vaisheshika e Udayana | Il suo autore è Ishvara, il Signore |
Quali libri contano: prima il Veda, ma nessun elenco concordato
Ogni scuola ortodossa pone il Veda (shruti) più in alto. Manu dice che il Veda e i libri di legge ‘non devono essere messe in discussione in nessuna materia’. Ma nessun elenco stabilisce quali testi gli appartengano. La Muktika Upanishad è una Upanishad tarda che elenca le Upanishad. Conta 21 rami del Rig Veda, 109 dello Yajur, 1.000 del Sama e 50 dell'Atharva. Rama dice a Hanuman che ogni ramo ha ‘una Upanishad’. Questo fa 1.180, eppure ne nomina soltanto 108, quindi secondo il suo stesso conteggio la maggior parte non è nel suo elenco. La Allopanishad, scritta a quanto pare all'epoca di Akbar, si presenta come una Upanishad dell'Atharva Veda. Lo storico Charles Eliot dice che ‘difficilmente può essere descritta come altro che un falso’. Eppure cita un catalogo di biblioteca del 1908, secondo cui i bramini nel nord dell'India la recitano. La Chandogya Upanishad, essa stessa shruti, elenca ‘l'Itihasa-purana’ ‘come quinto’ dopo i quattro Veda. Altri libri rivendicano per sé il rango del Veda. Il Bhagavata chiama ‘gli Itihasa e i Purana’ ‘il Quinto Veda’. Il Mahabharata dice che gli dèi lo pesarono su una bilancia, ed esso pesò più dei ‘quattro Veda con i loro misteri’. Nel 1966 la Corte Suprema dell'India disse che la religione indù è difficile persino da definire. Adottò la formula di lavoro di Tilak, che comincia con ‘Accettazione dei Veda con riverenza’ ma non nomina alcun elenco di libri.
“Ma per Shruti (rivelazione) si intende il Veda, e per Smriti (tradizione) le Istituzioni della legge sacra: queste due non devono essere messe in discussione in nessuna materia, poiché da queste due la legge sacra rifulse.”
Rama dice a Hanuman che il Rig Veda ha 21 rami, lo Yajur Veda 109, il Sama Veda 1.000 e l'Atharva Veda 50, e che in ogni ramo c'è una Upanishad (1.180 in tutto secondo quel conteggio). Gli dice poi di studiare la sola Mandukya per la liberazione, oppure 10, o 32, o le 108 Upanishad, di cui elenca i nomi.
Scrive che la Allopanishad, o Allah Upanishad, sembra essere stata scritta in relazione al nuovo credo dell'imperatore Akbar; che si presenta come una Upanishad dell'Atharva Veda e che difficilmente può essere descritta come altro che un falso; e che dichiara l'Allah di ‘Muhammad Akbar’ il Dio degli dèi e lo identifica con Mitra, Varuna, il sole, la luna, l'acqua e Indra. In una nota cita il Catalogo della Biblioteca di Adyar di Schrader (1908), secondo cui nel nord dell'India la Allopanishad è recitata dai bramini al Vasantotsava e in altre occasioni.
“Narada disse: ‘Conosco il Rig-veda, signore, lo Yajur-veda, il Sama-veda, come quarto l'Atharvana, come quinto l'Itihasa-purana (il Bharata);”
“Quattro Veda, il Rig, lo Yajus, il Saman e l'Atharvan, furono separati; gli Itihasa e i Purana furono designati come il Quinto Veda.”
“Nei tempi antichi, posti i cinque Veda da una parte e il Bharata dall'altra, questi furono pesati sulla bilancia dagli esseri celesti riuniti a tale scopo. E poiché quest'ultimo pesò più dei quattro Veda con i loro misteri, da quel tempo è chiamato nel mondo Mahabharata (il grande Bharata); perché, essendo stimato superiore sia per sostanza sia per gravità di significato, è denominato Mahabharata da tale sostanza e gravità di significato.”
In una causa sul fatto che la setta Swaminarayan sia una religione separata dall'induismo, un collegio di cinque giudici (sentenza del presidente Gajendragadkar) disse che la religione indù è difficile da definire: a differenza di altre religioni non rivendica un solo profeta, non adora un solo Dio e non sostiene un solo dogma, e può essere descritta in generale come un modo di vivere. Indicò come primo concetto fondamentale del pensiero indù l'accettazione del Veda come massima autorità nelle materie religiose e filosofiche, e adottò come abbastanza adeguata e soddisfacente la formula di lavoro di B. G. Tilak: ‘Accettazione dei Veda con riverenza; riconoscimento del fatto che i mezzi o le vie di salvezza sono diversi e comprensione della verità che il numero degli dèi da adorare è grande: questa è la caratteristica distintiva della religione indù’. La Corte ritenne che i seguaci Swaminarayan sono indù.
Che cosa dice il Corano sulla propria origine
Il Corano dice il contrario di ciò che gli inni dicono di sé. Nega di essere “parola di poeta”, e dice di sé: “è discesa dal Dio dei Mondi!” Si presenta come parola di Dio dall'inizio alla fine, e Dio dice al Profeta (ﷺ) che cosa dire con “Di’”. Minaccia il Profeta (ﷺ) stesso: “Se Ci avesse attribuito delle parole false”. Quando il suo popolo gli chiese di cambiarlo, gli fu detto di rispondere: “Non posso cambiarlo di mia iniziativa”. Egli non parlava “per capriccio”, e prima che esso venisse non poteva recitare alcun libro. Il Corano sfida poi chiunque ne dubiti: “portate una Surah pari a questa”. È un solo libro di 114 sure, lo stesso per ogni musulmano, e Dio ha promesso di proteggerlo. Dopo la morte del Profeta (ﷺ), i Compagni lo raccolsero in un unico volume. Raccolsero ciò che era stato scritto e imparato a memoria; non lo composero.
“e non è parola di poeta, poco credibile, né parola di mago, poco memorabile: è discesa dal Dio dei Mondi!”
“Di’: ‘Lui, Allāh è l’Unico. Allāh è l’Assoluto! Mai generò, né fu generato né Gli è pari nessuno’.”
“Se Ci avesse attribuito delle parole false, l’avremmo preso con la forza, poi gli avremmo tagliato l’aorta, e nessuno di voi gli avrebbe fatto scudo.”
“E quando venivano recitati loro i Nostri chiari Segni, dicevano quelli che non si aspettano mai di incontrarCi: ‘Portaci un Corano diverso da questo o cambialo’. Di’: ‘Non posso cambiarlo di mia iniziativa, perché io seguo solo ciò che mi è stato ispirato; in verità temo, se dovessi disobbedire al mio Dio, la punizione di un Giorno terribile’.”
“Di’: ‘Se Allāh non lo avesse rivelato, non l’avrei mai recitato a voi, né l’avrei mai usato per informarvi. Sono stato tra di voi per una vita, prima di ciò: ma non riflettete?’”
“e non parlava per capriccio. Non è che ispirazione ricevuta,”
“E tu, prima di questo, non leggevi né scrivevi di tuo pugno nessun libro, altrimenti i negatori se ne sarebbero insospettiti:”
“E se avete dubbi su quello che abbiamo fatto discendere sul Nostro Servo, portate una Surah pari a questa, e invitate vostri testimoni all’infuori di Allāh, se siete veritieri.”
“Oppure dicono: ‘L’ha inventato?’ Di’: ‘Portateci una Surah come quella, e chiamate a testimonianza chi potete all’infuori di Allāh, se siete veritieri’.”
“E in verità siamo Noi che abbiamo fatto scendere il Monito e in verità ne siamo Noi i Custodi!”
Zayd ibn Thabit riferisce che dopo che molti di coloro che conoscevano il Corano a memoria furono uccisi a Yamama, Abu Bakr gli chiese di raccogliere il Corano in un unico volume, ricordandogli che era lui a mettere per iscritto la rivelazione per il Messaggero di Allah. Zayd lo raccolse da pezzi scritti e dalla memoria degli uomini, e la copia finita passò da Abu Bakr a Umar e poi a Hafsa.
Anas riferisce che Hudhayfa ibn al-Yaman, allarmato da come i soldati di Siria e Iraq differivano nel recitare il Corano, esortò Uthman a salvare la comunità prima che si dividesse sul suo Libro come avevano fatto ebrei e cristiani. Uthman prese in prestito i fogli raccolti custoditi da Hafsa, li fece copiare da Zayd ibn Thabit e da tre uomini dei Quraysh, dicendo ai tre che dove differivano da Zayd dovevano scrivere nel dialetto dei Quraysh, in cui il Corano era stato rivelato, restituì i fogli a lei, mandò una copia in ogni provincia e ordinò di bruciare ogni altro materiale coranico scritto.
Le repliche, con le risposte
Nirukta 2.11 — capitolo 2, sezione 11
“Un veggente è (così chiamato) per il suo avere visione. ‘Egli vide gli inni’, dice Aupamanyava. È noto: poiché Brahma, il nato da sé, si manifestò a loro mentre praticavano austerità, essi divennero veggenti; questa è la caratteristica dei veggenti.”
Citato per
Un rishi è un veggente, non un autore. Il Nirukta di Yaska lo dice: ‘Egli vide gli inni’. Il nome del rishi indica colui a cui l'inno eterno apparve. Non ne fa il compositore, come un profeta non compone ciò che riceve.
La risposta
Prendi gli inni nei loro termini. Un uomo che vede soltanto un inno non dice di averlo ‘foggiato’ come un carpentiere lavora il legno. Non lo chiama ‘nuovo’ e ‘mai eguagliato’. Né nomina il re che lo pagò: ‘duecento vacche dal discendente di Devavan, due carri da Sudas con le giumente per trainarli’. L'esempio stesso del Nirukta pone il vedere nel tempo. Yaska definisce ‘veggente’ spiegando una strofa di un inno per la pioggia, e ne racconta prima la storia. Il dio non fece piovere ‘per dodici anni nel regno di Shantanu’, e Devapi si offrì come sacerdote del re. ‘Ecco il suo inno che esprime il desiderio di pioggia.’ Quindi anche secondo il racconto di Yaska, questo inno venne durante il regno di un re nominato, come preghiera per la pioggia in una siccità. Un inno che risponde a una siccità in un regno parla del suo tempo. Gli indici tradizionali definiscono un rishi come colui ‘le cui parole erano gli inni’. E Shankara fonda l'eternità del Veda ‘sull'assenza del ricordo di un autore’, eppure gli inni ricordano i loro facitori per nome.
Dove si arriva — Vedere può significare ispirazione, ma gli inni descrivono fattura, novità, pagamento ed eventi nel tempo. Secondo la loro stessa testimonianza furono composti dai poeti che si nominano.
Rig Veda 5.2.11 — Mandala 5, inno 2, verso 11
“Come un abile artigiano costruisce un carro, io, cantore, ho foggiato per te, o Potente, questo inno. Se tu, o Agni, Dio, lo accetti con gioia, possiamo ottenere per esso le Acque celesti.”
Citato per
‘Foggiato’ è un'immagine poetica. Il rishi riceve una visione e le dà forma nella parola, e gli inni stessi dicono che gli dèi danno il dono del canto. ‘Nuovo’ significa cantato di nuovo in questa età, non fatto di nuovo. Le parole stesse sono eterne.
La risposta
Ammettiamo l'immagine. Resta un'immagine di fattura umana: il poeta si mette al posto del carpentiere, non dell'ascoltatore. Ammettiamo anche che gli dèi abbiano dato il dono del canto, come dice Macdonell che gli inni affermano in generale. Un poeta che è ispirato e poi foggia le sue parole ne è comunque l'autore. È esattamente ciò che ‘senza autore’ nega. I difensori del Veda non dicono che i rishi erano poeti dotati. Dicono che le parole esistevano prima di ogni poeta. Quanto a ‘nuovo’, un poeta chiama le sue parole apurvya. Griffith lo rende ‘mai eguagliate’, e Muir ‘che non sono mai esistite prima’. In ogni caso, il poeta dice che le sue parole sono diverse da tutte quelle precedenti. Nessuno descrive così parole che sono sempre esistite.
Dove si arriva — L'ispirazione non rende un testo senza autore. I poeti dicono di aver foggiato le loro parole e che le parole erano nuove, il che è l'opposto di parole che sono sempre esistite.
Corano 10:16 — Sura Yunus, versetto 16
“Di’: ‘Se Allāh non lo avesse rivelato, non l’avrei mai recitato a voi, né l’avrei mai usato per informarvi. Sono stato tra di voi per una vita, prima di ciò: ma non riflettete?’”
Citato per
Allora anche il Profeta (ﷺ) fu un veggente. Il Corano è venuto attraverso la bocca di Muhammad (ﷺ), e i musulmani lo nominano come colui che lo ha ricevuto. Se nominare Nodhas ne fa l'autore del suo inno, nominare Muhammad (ﷺ) ne fa l'autore del Corano. L'argomento si ritorce direttamente contro l'Islam.
La risposta
La differenza è ciò che ogni libro dice di sé. L'argomento della pagina non poggia su un nome in un indice. Argomenta dalle parole stesse degli inni, in cui il poeta dice ‘io’ ho foggiato questo. Il Corano non fa mai dire al Profeta (ﷺ) di aver fatto una sura. Dice il contrario. Gli viene detto di rispondere: “Non posso cambiarlo di mia iniziativa”. E la risposta prosegue: “io seguo solo ciò che mi è stato ispirato”. È minacciato di morte: “Se Ci avesse attribuito delle parole false”. Non parla “per capriccio”; prima che esso venisse, “non leggevi né scrivevi di tuo pugno nessun libro”. E il Corano nega di essere “parola di poeta”, mentre i poeti vedici si dicono cantori che hanno foggiato i loro inni. Perché il paragone regga, un poeta vedico dovrebbe dire: ‘Non spetta a me cambiarlo’. Oppure il Corano dovrebbe dire: ‘Con le mie labbra ho foggiato’. Nessuno dei due lo dice.
Dove si arriva — Entrambi i libri sono giudicati dalla loro stessa testimonianza. Gli inni dicono che li ha fatti un poeta; il Corano dice che il Profeta (ﷺ) non lo ha fatto e non poteva cambiarlo.
Corano 79:23-24 — Sura An-Nazi'at, versetto 23-24
“e fece radunare la sua gente e disse: ‘Io sono il vostro Dio supremo!’”
Citato per
L'‘io’ appartiene al testo eterno. Il rishi vide tutto il mantra, prima persona compresa. Il Corano fa dire al Faraone: “Io sono il vostro Dio supremo!”, e nessun musulmano dice che il Faraone ha scritto il Corano. Parole in prima persona in una scrittura non fanno di chi parla il suo autore.
La risposta
Il Corano cita sì altri, e dice di chi sono le parole. Racconta come il Faraone “fece radunare la sua gente e disse”. Disse: “Io sono il vostro Dio supremo!” Dio racconta la storia, e il Faraone ne è una figura. Gli inni citati qui non hanno una tale cornice. I poeti di 5.2 e 6.32 parlano con la propria voce, ciascuno dell'inno che ha fatto per il suo dio. Nodhas firma il suo inno con il proprio nome. Di Kashyapa, Griffith nota che ‘il veggente dell'inno si rivolge a sé stesso’. Gli indici stessi della tradizione nominano il rishi come colui ‘le cui parole erano gli inni’. E la Mimamsa, che chiama il Veda senza autore, non gli dà alcun autore. Quindi nel testo non c'è nessuno che possa citare il poeta.
Dove si arriva — Chi è citato è incorniciato da chi lo cita. Il Corano incornicia le parole del Faraone come resoconto di Dio. Nulla in questi inni incornicia l'‘io’ del poeta come resoconto di qualcun altro.
Brihadaranyaka Upanishad 2.4.10 — capitolo 2, sezione 4, versetto 10
“Come nuvole di fumo escono da sé da un fuoco acceso con legna umida, così in verità, o Maitreyi, è stato esalato da questo grande Essere ciò che abbiamo come Rig-veda, Yajur-veda, Sama-veda, Atharvangirasa, Itihasa (leggende), Purana (cosmogonie), Vidya (conoscenza), le Upanishad, gli Shloka (versi), i Sutra (regole in prosa), gli Anuvyakhyana (glosse), i Vyakhyana (commenti). Da lui soltanto tutti questi furono esalati.”
Citato per
Il Veda dice da dove viene. Fu ‘esalato’ dal grande Essere, come il fumo da un fuoco (Brihadaranyaka 2.4.10). L'inno del Purusha dice che gli inni, i canti e le formule sacrificali nacquero dal sacrificio primordiale (Rig Veda 10.90.9). La testimonianza stessa del Veda è che non ha una fonte umana.
La risposta
Entrambi i passi vengono da strati successivi, che parlano di inni più antichi che parlano della propria fattura. Le Upanishad chiudono la letteratura vedica. L'inno del Purusha è nel decimo libro, e Griffith lo dice ‘di origine relativamente recente’. Nomina già le Richa, gli inni Sama, lo Yajus e ‘incantesimi e sortilegi’. Griffith pensa che questi siano ‘probabilmente quelli della successiva raccolta dell'Atharva-veda’. Quindi fu composto quando questi tipi di inni erano già noti per nome. E l'immagine dell'Upanishad copre molto più che dei libri. Quando racconta di nuovo la stessa storia (4.5.11), l'elenco prosegue. Ciò che fu esalato comprende ‘ciò che è sacrificato, ciò che è versato, il cibo, la bevanda, questo mondo e l'altro mondo, e tutte le creature’. Il versetto parla di ogni cosa che viene dall'unico grande Essere. Non dice come furono composti gli inni, e gli inni stessi dicono che li foggiarono dei poeti.
Dove si arriva — Questi versetti parlano di tutte le cose che vengono dal grande Essere, cibo, bevanda e tutte le creature compresi. Non mostrano che gli inni non ebbero facitori umani, e gli inni dicono di averne avuti.
Rig Veda 10.71.1-3 — Mandala 10, inno 71, versetti 1-3
“Quando gli uomini, o Brihaspati, dando nomi agli oggetti, emisero le prime e più antiche espressioni di Vak, tutto ciò che era eccellente e senza macchia, custodito in loro, fu svelato dal loro affetto. Dove, come uomini che puliscono la farina con un setaccio, i saggi di spirito hanno creato il linguaggio, gli amici vedono e riconoscono i segni dell'amicizia: la loro parola conserva impresso il segno benedetto. Con il sacrificio seguirono la traccia di Vak, e la trovarono dimorante nei rishi. La portarono, la distribuirono in molti luoghi: sette cantori fanno risuonare in concerto i suoi toni.”
Citato per
L'inno sulla Parola dice che i veggenti seguirono la traccia di Vak ‘e la trovarono dimorante nei rishi’. La Parola c'era prima di loro; la trovarono, non la fecero. Shankara cita questo versetto per mostrare che il Veda è eterno.
La risposta
Leggi il versetto con i due che lo precedono. L'inno comincia così: ‘Quando gli uomini, o Brihaspati, dando nomi agli oggetti, emisero le prime e più antiche espressioni di Vak’. Prosegue: ‘i saggi di spirito hanno creato il linguaggio’. La sua stessa apertura dice che gli uomini diedero i nomi e i saggi crearono il linguaggio. Griffith spiega il versetto citato da Shankara: nel corso del sacrificio trovarono ‘che soltanto i rishi ispirati comprendevano la Parola come richiesto per gli scopi religiosi’. L'inno loda la padronanza dei veggenti della parola sacra; non dice che i loro inni non furono mai fatti. È anche un inno del decimo libro, che parla degli inni più antichi, i quali dicono chiaramente che li foggiarono dei poeti.
Dove si arriva — L'inno citato da Shankara dice esso stesso che gli uomini diedero i nomi e i saggi crearono il linguaggio. Loda l'abilità dei veggenti; non nega che abbiano composto.
Muir, Original Sanskrit Texts III, pp. 77-80 e 215
Muir riporta i Mimamsa Sutra di Jaimini (1.1.27-32) con il loro commento. Viene sollevata l'obiezione che il Veda non può essere eterno, perché vi sono nominate persone soggette a nascita e morte, come ‘Babara Pravahani’. I Sutra rispondono che il suono, e quindi il Veda, è eterno; che i libri che portano il nome di Katha e altri sono così chiamati perché quei maestri li tramandarono; e che tali nomi sono comuni a cose eterne: Babara è il vento, che fa il suono babara. Muir commenta (p. 215) che Jaimini risponde all'obiezione spiegando via i nomi di persone storiche, e che Yaska, autore del Nirukta, parla dei Kikata di Rig Veda 3.53.14 come di una nazione non ariana.
Citato per
La Mimamsa risponde a questo. Le parole del Veda sono suoni eterni (Mimamsa Sutra 1.1.27-32). I nomi che sembrano persone sono cose eterne: Babara Pravahani è il vento. ‘Nuovo’ significa recitato di nuovo in questa età. E, come insegna Shankara, gli stessi nomi e forme tornano a ogni nuova creazione (Brahma Sutra 1.3.28-30).
La risposta
Gli inni stessi lo escludono. Pongono fianco a fianco veggenti ‘antichi e recenti’, e pregano ‘dai veggenti viventi come dagli antichi’. Sayana, un commentatore del XIV secolo, spiegò i veggenti viventi come ‘noi di oggi’. Muir trasse la conclusione: questo riconoscimento di una successione di veggenti ‘confuta, con la testimonianza del Veda stesso, l'affermazione di Jaimini’. Il poeta racconta il proprio compenso: ‘duecento vacche dal discendente di Devavan, due carri da Sudas con le giumente per trainarli’. Sudas è un re, figlio di Divodasa, come nota Griffith. Lo stesso inno racconta le sue guerre, e il poeta dice che il suo dono di quattro cavalli porta ‘me e mio figlio’. Yaska stesso leggeva tali nomi come storia: intendeva i Kikata come un popolo non ariano. E Jaimini non trovò negli inni la regola dei nomi eterni. I Sutra sollevano l'obiezione che il Veda nomina persone che nascono e muoiono, poi spiegano via quei nomi. La regola viene portata al testo per salvare la dottrina; il testo stesso dice il contrario. Anche il Corano racconta di persone ed eventi, ma sempre come Dio che li racconta, come racconta del Faraone (79:23-24). Questi poeti raccontano di sé.
Dove si arriva — Gli inni parlano di poeti precedenti e successivi, e un poeta parla del proprio pagamento. Leggerli come suoni eterni è una regola imposta al testo, non qualcosa che il testo dice.
Rig Veda 7.18.22 — Mandala 7, inno 18, versetto 22
“Come un sacerdote, con la lode, giro attorno all'altare, guadagnando la ricompensa di Paijavana, o Agni: duecento vacche dal discendente di Devavan, due carri da Sudas con le giumente per trainarli.”
Citato per
Le dana-stuti, i versi che lodano i doni di un patrono, sono aggiunte successive attaccate agli inni. Non dicono nulla su come è nato il Veda stesso. Toglile, e il Veda eterno resta.
La risposta
Ammettiamo che alcune siano state aggiunte dopo. Stanno comunque nel Rig Veda come è stato recitato e tramandato, e quel testo è shruti. Se versi che lodano i doni di un patrono hanno potuto entrare nel testo rivelato, mani umane hanno plasmato quel testo. È esattamente ciò che ‘senza autore’ nega. E l'argomento non poggia su di essi. Versi che non lodano nessun patrono dicono comunque che i loro poeti li hanno ‘foggiati’ e li chiamano ‘nuovi’. L'inno che parla di veggenti ‘antichi e recenti’ è una preghiera, non un elenco di doni.
Dove si arriva — Se alcuni versi sui doni furono aggiunti dopo, mani umane hanno plasmato il testo. In ogni caso, gli inni che non sono versi sui doni parlano comunque della propria fattura.
Corano 1:1-7 — Sura Al-Fatiha, versetto 1-7
“Nel Nome di Allāh, il Compassionevole, il Misericordioso La lode sia ad Allāh, Dio dei Mondi, il Compassionevole, il Misericordioso, il Sovrano del Giorno del Giudizio: ’Te adoriamo e a Te imploriamo aiuto! Guidaci alla retta via, la via di quelli a cui hai concesso la Tua grazia, non di quelli che sono nella tua ira, né di quelli che sono in perdizione.”
Citato per
Anche il Corano ha parole umane. Al-Fatiha è una preghiera pronunciata da persone a Dio: “Te adoriamo e a Te imploriamo aiuto!” Se gli inni vedici sono umani perché sono preghiere, lo è anche la prima sura del Corano.
La risposta
Al-Fatiha è una preghiera che Dio ha insegnato, non una preghiera che un poeta dice di aver fatto. In un hadith qudsi riportato in Sahih Muslim, il Profeta (ﷺ) disse che Allah (﷾) ha detto di aver diviso la preghiera tra Sé e il Suo servo. Allah (﷾) risponde al servo versetto per versetto mentre lo recita. “Te adoriamo”, dice, è tra Lui e il Suo servo, e il servo avrà ciò che chiede. Le parole sono di Dio, date all'adoratore perché le dica, come altrove Egli dice al Profeta (ﷺ): “Di’”. Nessun versetto del Corano fa rivendicare a qualcuno di averlo foggiato, e il libro sfida tutti a produrre una sola sura simile.
Dove si arriva — Una preghiera che Dio insegna ai Suoi servi è comunque la Sua parola. Il poeta vedico rivendica il suo inno come opera propria; il Corano rivendica ogni parola come di Dio.
Manusmriti 2.10 — capitolo 2, versetto 10
“Ma per Shruti (rivelazione) si intende il Veda, e per Smriti (tradizione) le Istituzioni della legge sacra: queste due non devono essere messe in discussione in nessuna materia, poiché da queste due la legge sacra rifulse.”
Citato per
La shruti è chiusa: i quattro Veda con i loro Brahmana, Aranyaka e Upanishad. Manu la pone al di sopra di tutto. La smriti è aperta per sua natura, come i vostri hadith e la vostra legge. Quindi l'induismo ha una scrittura suprema fissa, e l'apertura è soltanto nello strato inferiore.
La risposta
Manu pone sì la shruti più in alto, e la pagina lo dice. Il problema è sapere quali testi siano shruti. La Muktika conta 1.180 rami del Veda con ‘una Upanishad’ in ciascuno, eppure ne nomina soltanto 108. Secondo il suo stesso conteggio, la maggior parte delle Upanishad che dice contenute nel Veda non è nel suo elenco. La Allopanishad, scritta a quanto pare all'epoca di Akbar, si presenta come una Upanishad dell'Atharva Veda. Eliot cita un resoconto del 1908 secondo cui i bramini nel nord dell'India la recitano. Ammettiamo che la maggior parte dei maestri collochi le epopee e i Purana al di sotto della shruti. Eppure la Chandogya, essa stessa shruti, elenca l'Itihasa-purana ‘come quinto’ dopo i quattro Veda. Il Bhagavata chiama gli Itihasa e i Purana ‘il Quinto Veda’, e il Mahabharata dice di aver pesato più dei ‘quattro Veda’. Un canone i cui confini vanno tracciati contro le affermazioni dei suoi stessi testi non è chiuso.
Dove si arriva — Ogni scuola mette il Veda al primo posto. Ma i suoi stessi testi non stabiliscono quali libri compongano il Veda, né se le epopee e i Purana condividano il suo rango.
Corte Suprema dell'India, 1966 (Yagnapurushadji)
In una causa sul fatto che la setta Swaminarayan sia una religione separata dall'induismo, un collegio di cinque giudici (sentenza del presidente Gajendragadkar) disse che la religione indù è difficile da definire: a differenza di altre religioni non rivendica un solo profeta, non adora un solo Dio e non sostiene un solo dogma, e può essere descritta in generale come un modo di vivere. Indicò come primo concetto fondamentale del pensiero indù l'accettazione del Veda come massima autorità nelle materie religiose e filosofiche, e adottò come abbastanza adeguata e soddisfacente la formula di lavoro di B. G. Tilak: ‘Accettazione dei Veda con riverenza; riconoscimento del fatto che i mezzi o le vie di salvezza sono diversi e comprensione della verità che il numero degli dèi da adorare è grande: questa è la caratteristica distintiva della religione indù’. La Corte ritenne che i seguaci Swaminarayan sono indù.
Citato per
L'induismo è un modo di vivere, non una religione. Non ha un solo fondatore, libro o dogma. Persino la Corte Suprema dell'India ha detto che può essere descritto in generale come un modo di vivere. Quell'ampiezza è una forza: fa spazio a molte vie e a molti libri. Chiedere quale libro sia la sua scrittura significa fraintenderlo.
La risposta
La stessa sentenza dà la risposta. Indica come primo concetto fondamentale del pensiero indù ‘l'accettazione del Veda come massima autorità nelle materie religiose e filosofiche’. La formula che adotta comincia con ‘Accettazione dei Veda con riverenza’. L'ampiezza può essere una virtù nel modo in cui le persone vivono insieme. Ma la questione qui è di chi siano le parole di una scrittura, e su questo la sentenza mette il Veda al primo posto. Un modo di vivere che ritiene rivelato un libro può essere messo alla prova da ciò che quel libro dice. Così anche un libro di legge che dice della sua regola sul parlare veritiero: ‘questa è la legge eterna’. Chiama anche le sue fonti cose che ‘non devono essere messe in discussione’. E l'ultima clausola della formula parla della comprensione ‘che il numero degli dèi da adorare è grande’. È un'affermazione sull'adorazione, e si può soppesare con i versetti stessi delle Upanishad sull'unico Signore.
Dove si arriva — L'ampiezza può aiutare le persone a vivere insieme, ma non dice a nessuno di chi siano le parole di una scrittura. Secondo la Corte Suprema stessa, l'induismo poggia sul Veda come sua massima autorità. Ciò che insegna si può esaminare come qualsiasi altra scrittura.
Corano 53:3-4 — Sura An-Najm, versetto 3-4
“e non parlava per capriccio. Non è che ispirazione ricevuta,”
Citato per
I musulmani hanno lo stesso problema. Dite che il Profeta (ﷺ) non parlava per capriccio, quindi trattate anche i suoi detti come ispirati. Allora i vostri hadith sono la vostra smriti. I musulmani non concordano su quali hadith contino, proprio come gli indù non concordano su quali Upanishad contino.
La risposta
Gli hadith non sono il Corano, e nessun musulmano chiama una raccolta di hadith parola di Dio. Ogni racconto è messo alla prova dalla sua catena di narratori e classificato, e un racconto che fallisce viene messo da parte. È un metodo per soppesare racconti sul Profeta (ﷺ), non una disputa sulla scrittura. Sul Corano non c'è una tale disputa. Ogni musulmano recita le stesse 114 sure, e la sfida del Corano poggia soltanto su quel libro. La questione indù è diversa. Non è se un racconto su un maestro sia affidabile. È quali testi appartengano alla shruti stessa, lo strato che gli indù chiamano rivelato.
Dove si arriva — I musulmani soppesano racconti sul Profeta (ﷺ), ma concordano su che cosa sia il Corano. La disputa indù riguarda l'estensione del Veda rivelato stesso.
Sahih al-Bukhari 4986 — Kitab Fada'il al-Qur'an (I meriti del Corano), hadith 4986
Zayd ibn Thabit riferisce che dopo che molti di coloro che conoscevano il Corano a memoria furono uccisi a Yamama, Abu Bakr gli chiese di raccogliere il Corano in un unico volume, ricordandogli che era lui a mettere per iscritto la rivelazione per il Messaggero di Allah. Zayd lo raccolse da pezzi scritti e dalla memoria degli uomini, e la copia finita passò da Abu Bakr a Umar e poi a Hafsa.
Citato per
Anche il Corano è stato compilato da uomini. Abu Bakr lo fece raccogliere dopo la morte del Profeta (ﷺ), e Uthman ne fece fare copie da quel volume. Se le mani umane nel raccogliere il Veda contano contro di esso, contano anche contro il Corano.
La risposta
Compilare non è comporre. I musulmani concordano che i Compagni raccolsero il Corano in un unico volume dopo la morte del Profeta (ﷺ). Zayd ibn Thabit, che metteva per iscritto la rivelazione per lui, lo raccolse per Abu Bakr. Lo raccolse dai pezzi scritti e dalla memoria degli uomini. Quindi raccolse ciò che era già scritto e imparato a memoria. Le copie di Uthman furono fatte da quello stesso volume. In questi racconti nessuno aggiunge parole proprie. Anche la tradizione indù ha un compilatore. Il Bhagavata dice che Vyasa divise il Veda, ‘originariamente uno’, in quattro. Nessuno dice che questo fa di Vyasa il compositore degli inni. Questa pagina non argomenta dalla compilazione. Argomenta da ciò che gli inni dicono della propria fattura, e il Corano dice il contrario di sé.
Dove si arriva — Raccogliere un libro non è scriverlo. I Compagni raccolsero ciò che il Profeta (ﷺ) aveva recitato, mentre i poeti vedici dicono di aver fatto essi stessi i loro inni.
Prospettive
Il Veda non è fatto da mano umana (Mimamsa e Vedanta)
Il Veda è apaurusheya. Non ha un autore umano, e non se ne ricorda nessuno. Le sue parole sono eterne, e i rishi videro e trasmisero soltanto ciò che esisteva già. I nomi in esso che sembrano nomi di persone sono suoni eterni, e a ogni nuova creazione tornano gli stessi nomi e forme.
La Purva Mimamsa (i Sutra di Jaimini) e il Vedanta (Shankara); il Nirukta di Yaska
Il Nirukta dice che un veggente è così chiamato per il suo avere visione: ‘Egli vide gli inni’.
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Vedere può significare ispirazione, e si può concedere. Ma gli inni parlano di foggiatura, novità e pagamento, cose che un uomo che ha soltanto visto gli inni non rivendicherebbe. Un uomo che vede soltanto un inno non dice di averlo fatto come un carpentiere fa un carro.
Shankara fonda l'eternità del Veda sull'assenza del ricordo di un autore. Cita Rig Veda 10.71.3, dove la parola fu trovata dimorante nei rishi.
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Leggi il versetto con i due che lo precedono. L'inno dice che gli uomini diedero nomi alle cose e i saggi crearono il linguaggio. Loda l'abilità dei veggenti con la parola. Non dice che i loro inni non furono mai fatti.
La Brihadaranyaka dice che i Veda furono esalati dal grande Essere. L'inno del Purusha dice che gli inni e i canti nacquero dal primo sacrificio.
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Questi passi sono posteriori agli inni di cui parlano. L'Upanishad dice che furono esalati anche il cibo, la bevanda e tutte le creature. Quindi parla di ogni cosa che viene dal grande Essere. Non dice come furono composti gli inni, e gli inni dicono che li foggiarono dei poeti.
Il Veda sembra nominare uomini che nacquero e morirono, come Babara Pravahani. I Mimamsa Sutra rispondono che tali nomi stanno per cose eterne: Babara Pravahani è il vento. E Shankara risponde che gli stessi nomi e forme tornano a ogni nuova creazione.
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Gli inni pongono fianco a fianco veggenti antichi e recenti. Un poeta che dice che un re gli pagò duecento vacche parla del proprio compenso, con la propria voce. Muir dice che questo ‘confuta, con la testimonianza del Veda stesso, l'affermazione di Jaimini’.
Dio è l'autore del Veda (Nyaya e Vaisheshika)
Il Veda è infallibile perché il suo autore è Dio, che conosce tutte le cose. La sua autorità viene da una fonte competente e onnisciente, non dall'essere senza autore.
Le scuole Nyaya e Vaisheshika; la Kusumanjali di Udayana
La scuola Vaisheshika e la Kusumanjali derivano l'infallibilità del Veda dall'onniscienza del suo autore, che è Dio.
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L'Islam concorda che un libro rivelato viene da Dio, che conosce tutte le cose. Ma l'affermazione va messa alla prova dal libro stesso. Gli inni dicono che li ha foggiati il poeta, e nulla in essi presenta il suo ‘io’ come il resoconto delle parole di Dio. Il Corano dice che Dio lo ha fatto scendere, e al Profeta (ﷺ) fu vietato di cambiarne una parola.
Un modo di vivere con molte scritture
L'induismo non ha un solo fondatore, libro o dogma. È un modo di vivere che poggia sul Veda, aperto a molte vie e a molti testi. Le epopee e i Purana portano l'insegnamento del Veda, e il Veda stesso li chiama il quinto.
I maestri indù moderni, come la Corte Suprema dell'India descrisse la loro posizione nel 1966
La Corte Suprema dell'India disse che la religione indù può essere descritta in generale come un modo di vivere. Adottò la formula di Tilak: accettare i Veda, molte vie di salvezza e molti dèi.
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L'ampiezza aiuta le persone a vivere insieme, ma non dice di chi siano le parole di una scrittura. La stessa sentenza mette al primo posto l'accettazione del Veda. Un libro ritenuto rivelato può essere messo alla prova da ciò che dice.
La Chandogya Upanishad elenca l'Itihasa-purana (epopea e storia antica) come quinto, dopo i quattro Veda. E il Bhagavata chiama gli Itihasa e i Purana il Quinto Veda.
Replica
Ammettiamo che la Chandogya lo elenchi come quinto. Questo mostra che il confine della scrittura non è concordato. In 2.10 Manu nomina il Veda e i libri di legge come le due fonti che ‘non devono essere messe in discussione’. Le epopee lì non sono nominate. La Muktika conta 1.180 rami, ciascuno con una Upanishad, eppure nomina soltanto 108 Upanishad. Quindi ‘quinto’ non dice a nessuno quali libri siano shruti.
La posizione degli studiosi
Stato: Consensus
Gli storici del Veda concordano che gli inni del Rig Veda furono composti da molti poeti nell'arco di vari secoli. Concordano anche che i poeti parlano dei loro inni come opera propria. Macdonell, scrivendo nel 1900, trovò che i poeti del Rig Veda non sapevano nulla della successiva dottrina della rivelazione. Muir raccolse i passi in cui si nominano, chiamano nuovi i loro inni e distinguono veggenti più antichi e più recenti. Griffith giudicò l'inno del Purusha, che parla della nascita dei Veda, di origine relativamente recente.
La prospettiva islamica
Secondo il loro stesso racconto, gli inni del Rig Veda sono opera di poeti umani. Ogni verità in essi può risalire agli ammonitori che Dio ha inviato a ogni popolo (35:24). Il Corano è la parola di Dio, fatta scendere sul Profeta (ﷺ), a cui fu vietato di aggiungere o cambiare una parola. È un solo libro per ogni musulmano. E sfida chiunque a produrne uno simile.
I poeti degli inni dicono di aver foggiato nuovi inni come artigiani, e si nominano.
Gli inni pongono fianco a fianco veggenti antichi e recenti. E un poeta nomina il re che lo pagò con vacche e carri.
Le scuole indiane non concordano sull'origine del Veda, alcune chiamandolo senza autore e altre nominando Dio come suo autore.
Il Corano nega di essere parola di un poeta. E vieta al Profeta (ﷺ) di inventarne o cambiarne alcunché.
Il Corano sfida tutti coloro che ne dubitano a produrre una sura simile.